Healthbooq
Perché confrontare i bambini peggiora i problemi

Perché confrontare i bambini peggiora i problemi

4 min di lettura
Condividi:

Quando al nido qualcosa è difficile — i morsi, un linguaggio che tarda a svilupparsi, un'amicizia che non decolla — viene spontaneo guardare gli altri bambini della sezione e chiedersi: «Perché proprio il mio?». La risposta è quasi sempre poco utile, e porsi la domanda in questi termini tende a rendere il problema iniziale più difficile da affrontare. Per saperne di più su come sostenere lo sviluppo senza fare pressione, consulta Healthbooq.

I confronti nelle situazioni di conflitto

La scena classica: un genitore si avvicina a un altro dicendo «Tuo figlio continua a picchiare il mio: nessuno degli altri bambini lo fa». Spesso nasce da una preoccupazione sincera. L'effetto, però, è quasi sempre una reazione difensiva, perché la frase suona come una sentenza sul bambino e, di riflesso, sul genitore.

Di solito, inoltre, il confronto è sbagliato. La tendenza a picchiare raggiunge il picco tra i 18 e i 30 mesi: le ricerche longitudinali dell'Université de Montréal mostrano che l'aggressività fisica tocca il massimo dell'intero arco di vita intorno ai 2–3 anni, e la maggior parte dei bambini piccoli di una sezione userà le mani almeno qualche volta nell'arco del mese. Dire «Nessun altro lo fa» è raramente corretto e, anche quando lo è, chiude l'unica conversazione che potrebbe davvero aiutare.

Meglio iniziare così: «Ho notato che i nostri due bambini fanno fatica a stare insieme all'uscita. Avete notato qualcosa anche voi? Che cosa funziona a casa?». È un invito a collaborare, anziché un giudizio.

I confronti sullo sviluppo

Un genitore vede Mia, a 22 mesi, mettere insieme frasi di quattro parole, mentre Giacomo, anche lui di 22 mesi, usa con sicurezza otto parole singole. La lettura istintiva è che Giacomo sia indietro. Quella clinica è che entrambi rientrino nella normalità.

Secondo i MacArthur-Bates Communicative Development Inventories, a 24 mesi il vocabolario espressivo va da circa 50 parole al 10° percentile a oltre 500 al 90°. Una differenza di dieci volte, tutta nell'ambito dello sviluppo tipico. Un singolo coetaneo non è un riferimento utile: è un solo dato all'interno di una fascia molto più ampia di quanto la maggior parte dei genitori immagini.

Ecco che cosa conta davvero:

  • Tuo figlio acquisisce nuove abilità di mese in mese?
  • Capisce più di quanto riesca a dire? Una comprensione linguistica più avanzata della capacità di esprimersi è un andamento sano.
  • È partecipe, curioso e risponde agli stimoli?
  • Raggiunge le tappe minime della sua fascia d'età negli aspetti che il pediatra di libera scelta valuta davvero, come l'attenzione condivisa entro i 12 mesi, le combinazioni di due parole entro i 24 mesi e così via?

Sono queste le domande che permettono di cogliere le vere preoccupazioni e di lasciar perdere i confronti poco significativi. Stare accanto a un bambino più loquace al parco non fa né l'una né l'altra cosa.

I confronti quando parli con il personale del nido

«Gli altri bambini sembrano stare bene: perché lei piange ancora quando la lascio?» mette l'educatrice in una posizione impossibile. Finirà per difendere la sezione («In realtà sta andando benissimo!») oppure si sentirà costretta ad ammettere che ci sia qualcosa che non va in tua figlia. Nessuna delle due risposte ti aiuta.

Prova invece così: «Qual è il momento della mattina più difficile per lei? Quando si tranquillizza? Che cosa l'aiuta?». Queste domande fanno emergere informazioni precise su tua figlia, le uniche su cui puoi agire concretamente.

I confronti con fratelli e sorelle

Il confronto che fa più danni senza farsi notare è quello tra fratelli: «Tuo fratello a quest'età camminava già», «Tua sorella non faceva mai queste scenate». I fratelli possono essere molto diversi, e commenti del genere tendono a restare nella mente di un bambino per decenni. Anche detti con affetto, gli insegnano che l'amore e l'approvazione dipendono da come si colloca rispetto a un riferimento fisso. Molti genitori, dopo averlo fatto una volta e aver visto l'espressione del figlio, smettono.

Che cosa fare invece

Sostituisci il confronto con la curiosità verso quel bambino in particolare:

  • Che cosa trova difficile mio figlio, nello specifico?
  • Che cosa lo aiuta a ritrovare la calma?
  • Com'era un mese fa e che cosa è cambiato adesso?
  • Che cosa osserva davvero l'educatrice, al di là di un resoconto generico?

Queste domande portano a risposte utili. Mostrano anche a tuo figlio che cosa significhi ricevere attenzione senza giudizio: in fondo, è proprio il tipo di attenzione che vorresti imparasse a rivolgere a se stesso.

Punti chiave

Il confronto con un coetaneo, un fratello o una tabella delle tappe di sviluppo è quasi sempre controproducente. Mette gli altri genitori sulla difensiva, fa vergognare i bambini e offre ai genitori informazioni fuorvianti. La domanda utile è se tuo figlio stia progredendo lungo il proprio percorso, non a che punto sia rispetto a quello degli altri.