Il rientro al lavoro dopo il congedo parentale è una tappa che la maggior parte dei genitori affronta con un insieme di sentimenti difficili da tenere insieme: sollievo alla prospettiva di conversazioni tra adulti e di ritrovare la propria identità professionale; dolore nel lasciare il bambino; senso di colpa per quel dolore; ansia per chi si prenderà cura di lui; e, per molti, una profonda incertezza sull'aver preso la decisione giusta. È una delle transizioni meno discusse dei primi anni da genitore, pur essendo una delle più comuni.
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Per una panoramica approfondita, consulta la nostra guida completa alla genitorialità.
Il panorama emotivo
Il concetto di «matrescenza», il processo psicologico del diventare madre, coniato dall'antropologa Dana Raphael e sviluppato più di recente da Alexandra Sacks, psichiatra dell'area riproduttiva alla Columbia University, inquadra il cambiamento d'identità della genitorialità come un processo evolutivo paragonabile all'adolescenza: la precedente immagine di sé viene rinegoziata nel contesto di una vita cambiata radicalmente. Il rientro al lavoro è spesso il primo momento in cui questa rinegoziazione diventa esplicita: a quale versione di te stai tornando, e come si rapporta quella versione al genitore che sei diventato?
Il senso di colpa è una delle emozioni riferite più spesso al rientro al lavoro: colpa per lasciare il bambino, per non sentirsi peggio nel farlo, per apprezzare il lavoro, per non apprezzarlo. Questo senso di colpa non segnala che la decisione sia sbagliata; segnala che tieni a tuo figlio. Detto questo, si tende a considerare soprattutto il senso di colpa materno come inevitabile e immutabile, quando in realtà spesso risponde sia a strategie cognitive sia a strategie pratiche.
Che cosa dice la ricerca sugli esiti per i bambini
La ricerca sul lavoro materno e sugli esiti dei bambini è decisamente più rassicurante di quanto suggeriscano di solito i messaggi culturali. Gli studi su larga scala, compresi quelli di Jeanne Brooks-Gunn alla Columbia University sui dati nazionali statunitensi e di Jane Waldfogel nello stesso ateneo sui dati britannici, rilevano con costanza che:
Il lavoro materno dopo il primo anno non è associato a esiti negativi nello sviluppo cognitivo, sociale o emotivo dei bambini. In alcuni studi, i figli di madri occupate hanno esiti migliori di quelli di madri che restano a casa a tempo pieno, soprattutto le figlie (un risultato attribuito all'esempio offerto e agli effetti della sicurezza economica).
La qualità delle cure non genitoriali conta molto più del semplice fatto che esistano. Lo studio EPPE (Effective Pre-School and Primary Education) di Kathy Sylva a Oxford, lo studio più completo sulla qualità dei servizi per l'infanzia nel contesto britannico, ha documentato che servizi prescolari di alta qualità sono associati a migliori esiti cognitivi e sociali per i bambini, soprattutto provenienti da contesti svantaggiati.
Nel primo anno i risultati sono più contrastanti: alcuni studi documentano piccole associazioni tra lavoro materno a tempo pieno nel primo anno e determinati esiti dello sviluppo, con effetti più evidenti nel lavoro a tempo pieno rispetto al tempo parziale e maggiori nelle famiglie a basso reddito, per le quali è più difficile accedere a servizi di qualità.
La transizione pratica
La complessità organizzativa del rientro al lavoro con un lattante o un bambino piccolo è reale: gestione dell'alimentazione (per chi allatta, estrazione del latte al lavoro), routine di affidamento del bambino, comunicazione con chi lo accudisce e gestione delle malattie (che saranno più frequenti all'inizio dell'asilo nido) richiedono tutte una pianificazione da fare preferibilmente prima del rientro, anziché nelle prime settimane.
È ampiamente raccomandato un periodo di «ambientamento» nel servizio per l'infanzia prima del primo giorno intero di lavoro: permettere al bambino e all'educatore di riferimento di costruire una relazione mentre il genitore è disponibile a sostenere le transizioni è molto meno stressante che lasciare il bambino il giorno stesso del rientro.
Identità e benessere
Le ricerche di Sarah McLanahan a Princeton e di altri documentano che il benessere dei genitori è uno dei fattori più predittivi del benessere dei figli. Un genitore che torna al lavoro e scopre che gli offre un'identità professionale positiva, relazioni tra adulti e autonomia economica può avere più da offrire al figlio nelle ore trascorse insieme rispetto a quanto ne avrebbe restando a casa in uno stato di esaurimento. Il concetto di «qualità del tempo più che quantità» a volte viene liquidato come una giustificazione, ma la ricerca sull'interazione genitore-figlio non sostiene affatto che le ore insieme siano il principale fattore determinante degli esiti dei bambini quando non sono caratterizzate da un coinvolgimento affettuoso e attento alle loro risposte.
Punti chiave
Tornare al lavoro dopo il congedo parentale è un grande cambiamento di vita, spesso emotivamente più complesso del previsto. Le difficoltà pratiche nell’organizzare l’accudimento, l’alimentazione e gli orari sono significative; quelle psicologiche, tra cui senso di colpa, domande sulla propria identità e dolore nel lasciare un bambino piccolo, vengono spesso discusse meno, ma sono altrettanto importanti. La ricerca mostra con costanza che il lavoro materno non danneggia gli esiti dei bambini e che i bambini affidati a servizi di buona qualità si sviluppano bene. La qualità del tempo con un figlio conta più della quantità. Tuttavia, saperlo non risolve automaticamente il vissuto emotivo di questa transizione.